Come il cervello può curare il corpo


Una nuova e interessante ricerca rivela la capacità del cervello di ricablare se stesso per combattere il dolore e superare le malattie “incurabili“.

Il Dr Michael Moskowitz, specialista del dolore, aveva 49 anni quando lui e un amico hanno deciso di dare uno sguardo ad alcuni carri armati e altri veicoli blindati che stavano prendendo parte a una parata. Il Dr Moskowitz non poteva resistere alla tentazione di salire sulla torretta di uno dei carri armati.
Ma, come uscì fuori, una punta di metallo si impigliò nei suoi pantaloni di velluto, e mentre cadeva  udì tre suoni sordi: il suo femore si era rotto. Quando colpì il suolo, la gamba era ad un angolo di 90 gradi rispetto all’altra.
Subito dopo la caduta il suo dolore era un deciso dieci su dieci (il dieci è il valore dato ad una ustione da olio bollente), ma poi, mentre giaceva immobile in attesa dell’ambulanza, il dottor Moskowitz non sentiva più alcun dolore.
Stava osservando in prima persona un fenomeno medico che aveva insegnato ai suoi studenti per anni, ma non aveva mai sperimentato. “Il mio cervello semplicemente aveva spento il dolore,” ha detto.
“‘Ho avuto l’esperienza di prima mano che il cervello, per conto suo, è in grado di eliminare il dolore, proprio come io, uno specialista del dolore convenzionale, avevo tentato di fare per i pazienti con farmaci, iniezioni, e la stimolazione elettrica.

Il cervello può spegnere il dolore, perché la funzione del dolore acuto è quella di avvertirci del pericolo. Quindi, fintanto che il Dr Moskowitz non si muoveva, non era in pericolo, per quanto il suo cervello poteva dire.
A seguito del suo incidente, il dottor Moskowitz ha rischiato di morire tre volte. Eppure, con il passare degli anni, ha sentito molto poco dolore alla gamba.
Aveva imparato un’altra lezione dal dolore: l’uso sapiente della morfina, in modo  sufficiente, aveva impedito ai nervi di diventare super-stimolati e lo ha salvato dal pericolo che il suo dolore acuto a breve termine si trasformasse in cronico, un dolore di tipo permanente.

Per secoli la visione tradizionale del dolore è stata che i nervi inviano un segnale a senso unico fino al cervello e l’intensità del dolore è proporzionale alla gravità della nostra ferita. In altre parole, il dolore dà un’accurata relazione circa l’entità del danno, e il ruolo del cervello è semplicemente accettare tale relazione.

Ma questo punto di vista è stato annullato negli anni Sessanta: ora capiamo che il sistema di percezione del dolore si diffonde attraverso il cervello e il midollo spinale, e il cervello controlla quanto ne sentiamo. Quando i messaggi di dolore sono inviati da tessuti danneggiati, questi messaggi salgono al cervello solo se il cervello dà loro il “permesso“.

Se questo permesso viene concesso, un cancello si aprirà e aumenterà la nostra sensazione di dolore, permettendo ad alcune cellule cerebrali di attivarsi e trasmettere il loro segnale. Ma il cervello può anche chiudere il cancello e bloccare il segnale di dolore con il rilascio di endorfine, delle sostanze stupefacenti naturali sintetizzate dai nostri corpi per sedare il dolore.

Sapere che esistono degli interruttori è una cosa, sapere come spegnerli quando si è in agonia è un altro.

Ed è qui che la “neuroplasticità” del cervello  entra in gioco. La neuroplasticità è la capacità del cervello di cambiare la sua struttura e funzionamento in risposta alle attività mentali ed esperienze.

Per 400 anni, la teoria scientifica corrente principale era che il cervello non poteva cambiare, ma restava stabile per tutta la vita di una persona una volta raggiunta l’età adulta.

All’inizio di questo secolo, però, gli scienziati hanno iniziato a dimostrare che i nostri circuiti cerebrali adulti si riconfigurano costantemente e cambiano. Centinaia di studi hanno dimostrato come l’attività mentale non è solo il prodotto del cervello, ma dà anche forma ad esso.
Il Dr Moskowitz è uno di molti scienziati e pazienti di tutto il mondo che utilizzano queste informazioni per offrire speranze per i problemi di salute “incurabili“.

Essi mostrano come sfruttare i poteri di guarigione straordinari del cervello, non solo per combattere il dolore, ma per il recupero in seguito ad ictus, per migliorare le difficoltà di visione e combattere i sintomi di malattie come il Parkinson.

Il Dr Moskowitz, originariamente si è formato come psichiatra, specializzato nel trattamento di pazienti con dolore intrattabile in California. Ma è diventato un leader mondiale nell’uso della neuroplasticità nel trattamento del dolore dopo aver fatto importanti scoperte mentre curava se stesso.

Tre anni prima della sua caduta, il dottor Moskowitz aveva subito un altro incidente mentre faceva sci d’acqua con le sue figlie. Venne sbalzato da un copertone gonfiato trascinato dalla barca sul quale si trovava, e colpì l’acqua con la testa piegata all’indietro. Il dolore risultante ha dominato la sua vita. La morfina e altri antidolorifici e trattamenti, tra cui massaggi, autoipnosi, ghiaccio, riposo e farmaci anti-infiammatori, hanno appena intaccato il suo dolore.

Quel dolore cronico  lo ha tormentato per 13 anni. Il Dr Moskowitz aveva 57 anni quando ha toccato il fondo, a questo punto ha cominciato a fare ricerche sulla scoperta che il cervello è neuroplastico e ha cercato di vedere come questo potesse relazionarsi a lui.

Il ruolo del dolore acuto è quello di allertare in caso di lesioni o malattie inviando un segnale al cervello. Ma a volte un infortunio colpisce il corpo e le cellule nervose (neuroni) nel cervello. Mentre il dolore acuto continua, questi neuroni diventano ipersensibili, mandando segnali più facilmente anche con meno stimoli.

In questa situazione la capacità del cervello di cambiare diventa una maledizione, perché i neuroni continuano a segnalare, e i collegamenti tra di loro diventano più forti. Di conseguenza il dolore acuto sviluppa una vita propria: diventa dolore cronico.

L’area del dolore comincia anche ad aumentare di dimensioni. In ultima analisi, i neuroni del dolore si accendono così facilmente che si finisce per sentire un dolore lancinante e incessante su una vasta area del corpo, il tutto in risposta alla più piccola stimolazione di un nervo.
Per il dottor Moskowitz questo significava che ogni volta che sentiva delle fitte di dolore al collo, i neuroni del suo cervello diventavano più sensibili ad esso, il che rendeva la situazione sempre peggiore: il suo cervello stava imparando a sentire più dolore. Il nome di questo processo neuroplastico è “dolore montante“.

Nel 2007 Moskowitz ha iniziato la lettura delle 15.000 pagine della ricerca sulla neuroplasticità per cercare di capire le leggi del cambiamento neuroplastico.

Si rese conto che molte delle aree del cervello che si attivano nel dolore cronico elaborano anche pensieri, sensazioni, immagini, ricordi, i movimenti, le emozioni e le credenze quando non codificano la sensazione di dolore.

Questo spiega perché, quando sentiamo dolore, non possiamo concentrarci, tollerare certi suoni o la luce, o controllare bene le nostre emozioni, perché le aree che regolano queste attività sono state dirottate per elaborare il segnale di dolore.

La strategia del dottor Moskowitz era semplice. Quando il suo dolore iniziava, invece di permettere che queste aree del cervello fossero piratate da esso, le “riportava indietro” alle loro attività principali, originali, costringendo se stesso a svolgere delle attività, non importa quanto fosse intenso il dolore.

Nell’aprile del 2007 ha messo in pratica la sua teoria con esercizi di visualizzazione per sopraffare il dolore. Sapeva che due aree del cervello elaborano sia informazioni visive che il dolore, il cingolo posteriore e il lobo parietale posteriore. Ogni volta che aveva un attacco, ha iniziato a visualizzare nel cervello il dolore. Poi cercava di immaginare le aree problematiche in contrazione.
Ho dovuto essere ancora più implacabile del segnale di dolore in sé,“. Salutò ogni fitta con un’immagine di quella zona suo cervello in contrazione, sapendo che stava forzando il suo cingolo posteriore e i lobi parietali posteriori ad elaborare un’immagine visiva.

Nelle prime tre settimane notò una piccola riduzione del dolore. In un mese non ha mai lasciato passare un picco di dolore senza fare la sua visualizzazione. E ha funzionato. Dopo sei settimane, il dolore alla schiena, tra le spalle e vicino le scapole, era scomparso, per non tornare mai più.

Per quattro mesi, ha avuto i suoi primi periodi totalmente senza dolore in tutto il collo. Nel giro di un anno era quasi sempre senza dolore.

Ha quindi condiviso la sua scoperta con i suoi pazienti, aiutando quelli con patologie croniche, tra cui mal di schiena, dolore oncologico, colon irritabile e artrite.

Quindi, è solo un effetto placebo? L’effetto placebo in genere non dura a lungo. E a differenza del farmaco o del placebo, i pazienti che usano la tecnica neuroplastica possono ridurre l’uso della tecnica nel tempo.
Il Dr Moskowitz ritiene che una volta che i pazienti hanno imparato e praticato la tecnica per centinaia di ore, la loro mente inconscia prende il sopravvento.

Tali effetti quindi durano. Ha pazienti che hanno mantenuto la riduzione del dolore per cinque anni, anche se molti hanno ancora danni presenti nei loro corpi (che possono occasionalmente innescare episodi di dolore acuto).

Una delle sue più importanti intuizioni è che gli stupefacenti oppioidi, come la codeina o il tramadolo possono peggiorare il dolore cronico. Il cervello si adatta ad essere sommerso da oppioidi a lungo termine, diventando meno sensibile ad essi, il che può peggiorare il dolore cronico. Il problema esiste, afferma il dottor Moskowitz, con tutti i farmaci anti dolore. “Io non credo più nella gestione del dolore“, ci dice. “Io credo nel cercare di curare il dolore persistente.

Una delle persone straordinarie che ha incontrato durante la ricerca è John Pepper, 77 anni, cui è stato diagnosticato il Parkinson più di due decenni fa. E’ stato messo sotto cura con i farmaci, ma a per via  di un programma che ha sviluppato è stato in grado di interrompere l’assunzione di alcuni farmaci nove anni fa.

Eppure non sembra avere i classici sintomi del Parkinson: nessun passo strascicato o tremore; ha un buon equilibrio e sembra camminare in modo perfettamente normale.

Quando a Pepper, un uomo d’affari che vive in Sud Africa, è stata diagnosticata la malattia , ha trascorso due anni accasciato su una sedia, “dispiaciuto per me stesso” come dice lui.

Poi si è impegnato a modificare il suo atteggiamento. “Poiché è un disturbo che riguarda il movimento, ho pensato che  più mi muovevo, più lentamente il Parkinson sarebbe stato in grado di prendere il sopravvento sulla mia vita“.

Ha scomposto la normale complessa attività automatica del camminare in varie parti e analizzato ogni contrazione muscolare, il movimento e lo spostamento del peso.

Gli ci è voluto più di un anno di pratica per interiorizzare questi cambiamenti. Il suo cammino divenne normale, finché rimaneva concentrato.
Poichè il cambiamento avviene in modo graduale, Pepper solo tardivamente ha cominciato a rendersi conto che uno dopo l’altro i sintomi del suo Parkinson, come il tremore, erano migliorati o scomparsi.

Camminare è uno dei più potenti interventi neuroplastici. Quando camminiamo veloci, produciamo nuove cellule dell’ippocampo, l’area del cervello che svolge un ruolo chiave nel trasformare i ricordi a breve termine in quelli a lungo termine.

Camminare può anche promuovere i fattori di crescita del cervello – o in modo specifico una sostanza chimica cerebrale chiamata fattore neurotrofico di derivazione gliale (GDNF).

Questo aiuta a promuovere lo sviluppo e la sopravvivenza dei neuroni che producono la dopamina, le cellule che muoiono nel Parkinson. Il GDNF aiuta anche il sistema nervoso a recuperare dopo un infortunio.

La ricerca su animali da laboratorio ha dimostrato che l’esercizio fisico può aumentare la produzione di GDNF, anche se Pepper non lo sapeva quando ha iniziato il suo regime di esercizio a piedi. Ci ha detto:”Io cammino 15 miglia a settimana, divise in tre sessioni di cinque miglia. Il GDNF prodotto nel cervello sembra aver ripristinato le cellule danneggiate. Tuttavia, esse non curano la causa del Parkinson, e se mi fermo nei miei esercizi, la mia condizione regredisce“.

Ora, Pepper ha insegnato a centinaia di altri malati di Parkinson come muoversi più liberamente.

La scienza si è finalmente messa al passo con lui. Nel 2014 uno studio su alcuni pazienti malati di Parkinson svolto dalla University of Iowa ha scoperto che sei mesi di camminate tre volte alla settimana per 45 minuti hanno migliorato i loro sintomi e ridotto la fatica.

Non tutte le modifiche neuroplastiche sono benefiche, però. Con il nostro frequente uso di computer e schermi, stiamo ricablando i nostri sistemi visivi per fissarsi su ciò che è davanti agli occhi.

Si pensa che i bambini americani spendano fino a 11 ore al giorno a guardare schermi. La loro visione periferica è sottoutilizzata, nel senso che sono meno abili nel vedere le cose che si trovano ai margini della loro visione: un tipo di perdita della vista che più tradizionalmente si riscontra nelle persone anziane.

Ma i computer possono anche aiutare a ricollegare gli occhi dei malati con il loro cervello in modo che possano usare la visione periferica completamente. Il neuroscienziato americano, dottor Michael Merzenich, e i suoi colleghi hanno sviluppato esercizi neuroplastici computerizzati per poter espandere la visione periferica negli anziani per permettere loro di continuare a guidare (uno consiste nel guardare delle auto su uno schermo tenendo conto delle immagini a lato).

Un’altra società, la Novavision, ha sviluppato esercizi cerebrali che possono aiutare le persone che hanno avuto ictus, lesioni cerebrali, o subito interventi al cervello e che hanno visto ridotta drasticamente la loro visione.

E’ un altro esempio delle potenzialità della neuroplasticità, e la prova che molti mali “incurabili” o problemi “irreversibili” possono migliorare. Il cervello può davvero guarire se stesso.

Fonte

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